
AFGHANISTAN.
Missione portata a termine o l’inizio di un nuovo incubo?
Tutto ebbe inizio molto prima dell’11 settembre 2001. Ma prendiamo per buona questa data per parlare di una guerra per gli USA durata 20 anni, ma che per l’Afghanistan non ha praticamente un inizio, e sembra non accennare ad una fine.
Leggendo molto su questo argomento ci sarebbero tantissime cose da dire, ad esempio perché iniziato tutto questo. Perché i talebani hanno governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001 e perché dal 2001 ad oggi gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra durata 20 anni.
Negli anni Cinquanta nacque una disputa tra la Russia sovietica e gli Stati Uniti.
Nel 1953 divenne primo ministro Mohammad Daoud, cugino dell’emiro, che cercò di avvicinarsi agli americani, data la storica diffidenza nei confronti dei russi.
Le missioni diplomatiche andarono però male e l’Afghanistan cominciò ad avvicinarsi sempre di più all’orbita sovietica.
Nel 1973 Daoud organizzò un colpo di stato, abolì la monarchia e dichiarò l’Afghanistan una repubblica: per farlo, si servì dell’appoggio di un partito comunista afgano clandestino costituito pochi anni prima con l’aiuto dei sovietici.
Uno dei fondatori del partito venne poi assassinato in circostanze oscure, e i suoi funerali si trasformarono in una grossa manifestazione antigovernativa. Daoud tentò di arrestare i dirigenti del partito, ma si mosse troppo tardi e ci fu un nuovo colpo di stato: l’Afghanistan era diventato una repubblica socialista, con a capo Hafizullah Amin.
A prima vista poteva sembrare una notizia positiva per i sovietici, ma presto si capì che i comunisti afgani erano incontrollabili.
Nel corso dei venti mesi in cui il partito e Amin governarono l’Afghanistan, si calcola che più di 20 mila persone siano state uccise. Amin sosteneva che l’unico modo di modernizzare un paese arretrato era usare la stessa ferocia applicata dal dittatore sovietico.
Questi metodi provocarono brutali insurrezioni nel paese, con gruppi armati di mujaheddin sostenuti dal Pakistan che ben presto cominciarono a conquistare ampie zone rurali, e a minacciare grandi città come Herat.
Il paese era diviso tra Amin, un dittatore sanguinario che non rispondeva agli ordini di Mosca, e la guerriglia anticomunista.
Il 25 dicembre 1979 arrivarono enormi aerei da trasporto sovietici carichi di soldati. I vertici sovietici avevano in mente degli obiettivi tra cui una rapida sostituzione di Amin, con meno vittime possibili.
I sovietici riuscirono ad avere la meglio su Amin e a nominare un sostituto, Babrak Karmal, il quale annunciò via radio che la “macchina della tortura di Amin” era stata distrutta e che il paese si avviava verso una nuova epoca di pace e prosperità.
Ma l’obiettivo di sconfiggere la guerriglia, si rivelò impossibile da realizzare. Iniziò una lunga occupazione, in cui i sovietici rimasero impelagati per dieci anni senza riuscire a domare le insurrezioni e la resistenza dei mujaheddin, che a un certo punto furono sostenuti anche dagli Stati Uniti.
Le truppe sovietiche si ritirarono nel 1989 e lasciarono un Afghanistan lacerato dai conflitti interni alle stesse fazioni che avevano combattuto contro di loro, e iniziò una sanguinosa guerra civile.
Tra il 1995 e il 1996 il mullah Omar, che aveva combattuto tra i mujaheddin, formò il gruppo islamista radicale dei talebani che nel 1996 prese il potere e che ospitò in Afghanistan le basi dell’organizzazione terroristica *al Qaida.
*AL QAIDA Organizzazione terrorista fondata sul finire degli anni Ottanta dal miliardario saudita O. Bin Laden per promuovere la guerriglia islamica contro l'occupazione sovietica dell'Afghanistan. Negli anni Novanta si è avvicinata al regime dei taliban in Afghanistan e ha rivolto la propria iniziativa contro gli Stati Uniti e l'Occidente. È responsabile di molteplici attentati terroristici contro obiettivi civili (spesso realizzati servendosi di 'terroristi suicidi'). Dopo l'uccisione di Bin Laden, la leadership dell'organizzazione è passata ad Ayman al-Ẓawāhirī, suo cofondatore e braccio destro.
Ma arriviamo direttamente all’11 settembre 2001 quando un gruppo di terroristi di al Qaida, la cui base si trovava in Afghanistan, dirottarono alcuni aerei commerciali contro il World Trade Center di New York e contro il Pentagono. Furono uccise circa tremila persone. Il giorno dopo la NATO* attivò per la prima volta l’articolo 5 del proprio trattato fondativo, che considerava l’attacco a uno dei paesi dell’alleanza militare come un attacco all’intera alleanza, e obbligava tutti gli stati membri a difendere il paese colpito.
Il 22 settembre 2001 gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita decisero di non riconoscere il governo talebano in Afghanistan.
Solo il Pakistan continuava a mantenere contatti diplomatici con il paese.
Poco prima dell’inizio dell’invasione degli USA, con l’allora Presidente degli Stati Uniti George Bush, i Talebani si dichiararono pubblicamente disposti a processare bin Laden in Afghanistan, ma attraverso un tribunale “islamico”. Gli USA rifiutarono questa offerta, giudicandola insufficiente.
Solo una settimana dopo lo scoppio della guerra i Talebani erano disponibili a consegnare Bin Laden ad un paese terzo, per un processo, ma solo se fossero state fornite prove del suo coinvolgimento dell’11 settembre 2001.
Nel 2004, i canali occidentali trasmisero un filmato nel quale Osama bin Laden dichiarava che al Qaida era direttamente coinvolta negli attacchi; il filmato non fu mai sconfessato.
Il 21 maggio 2006 venne trovato un messaggio audio pubblicato in un sito internet, in cui bin Laden ammetteva di aver personalmente addestrato i 19 terroristi dell’11 settembre 2001.
Missione degli USA? Uccidere Osama bin Laden
Il 2 maggio 2011 una squadra dei Navy Seals, le forze speciali statunitensi, fece irruzione in un edificio di Abbottabad, in Pakistan, che nei mesi precedenti era stato individuato come il probabile nascondiglio di Osama bin Laden.
I Navy Seals trovarono bin Laden al terzo piano dell’edificio indicato e lo uccisero. La giornata del 2 maggio 2011 si aprì con la notizia che chiudeva un decennio di storia, annunciata in una conferenza stampa alla Casa Bianca dall’allora presidente Barack Obama.

L’ACCORDO DI DOHA
Arriviamo quindi a uno dei momenti cruciali che dobbiamo sapere per arrivare a parlare del perché e del cosa sta succedendo oggi in Afghanistan: l’accordo di Doha, una trattativa firmata in Qatar il 29 febbraio 2020 tra Stati Uniti dal presidente Donald Trump e talebani.
L’accordo prevedeva il ritiro completo delle truppe statunitensi entro l’1 maggio 2021.
Fino ad arrivare al 14 aprile 2021, quando il nuovo presidente statunitense Joe Biden annuncia la sua intenzione di rispettare l’accordo firmato dal suo predecessore, ma sposta il termine per ritirare le truppe all’11 settembre 2021, il ventesimo anniversario degli attentati di al Qaida negli Stati Uniti. Come era già successo durante le amministrazioni di Obama e Trump, la guerra in Afghanistan era diventata molto impopolare tra l’opinione pubblica statunitense, che ne chiedeva la fine.
MA ARRIVIAMO AD OGGI
Metà anno 2021. La NATO ritirò quasi 10mila unità militari. I talebani avviarono una campagna militare per riconquistare alcune zone rurali del paese. Il 6 agosto occuparono alcune delle principali città.
15 agosto 2021: è il giorno dell’entrata dei talebani a Kabul, della fuga del presidente Ashraf Ghani, e dell’inizio delle operazioni di evacuazione degli stranieri. L’Afghanistan è tornato ai talebani.
E così arrivò il 31 agosto e con lui il ritiro totale delle truppe USA dall’aeroporto di Kabul e il ritorno del Talebani nella capitale afghana segna il punto più basso della NATO la cui ventennale missione ha avuto enormi costi umani ed economici, soprattutto per gli Stati Uniti d’America.
NE È VALSA DAVVERO LA PENA?
I talebani si sono ripresi l’Afghanistan prima ancora che l’ultimo soldato della missione internazionale lasciasse il paese.
Il presidente *Ashraf Ghani abbandonò il paese rifugiandosi in Uzbekistan. Già nelle ultime settimane l’avanzata delle milizie islamiche non aveva incontrato resistenze, procedendo distretto dopo distretto. Kabul, in cui vivono circa 4 milioni e mezzo di persone, è caduta nel giro di poche ore mentre i civili abbandonavano la capitale con ogni mezzo possibile.
In serata la situazione all’aeroporto si è fatta talmente caotica da costringere i marines a sparare colpi in aria per evitare che la popolazione in preda al panico prendesse d’assalto gli ultimi voli in partenza. E mentre gli Stati Uniti “hanno portato a termine la loro missione”, la popolazione afghana si ritrova da sola a fronteggiare un futuro denso di incognite.
*Ashraf Ghani, aveva lasciato frettolosamente l’Afghanistan il giorno della presa della capitale Kabul da parte dei talebani, dopo che fino al giorno prima aveva promesso che la città non si sarebbe arresa. Ghani aveva spiegato di avere lasciato il paese «per evitare un massacro», aggiungendo che se fosse rimasto a difendere la città i talebani avrebbero cercato di prenderla con la forza.

Kabul è immediatamente finita nel caos con le strade completamente bloccate per la popolazione in fuga, sparatorie segnalate in città e l’aeroporto “sotto tiro”.

Suhail Shaheen, portavoce degli studenti coranici, in un’intervista alla Bbc ha garantito che “non ci saranno vendette” sulla popolazione una volta completata la presa del potere, ma in pochi ci credono. Non è ancora definito quale sarà il futuro del Paese.
Nel frattempo si parlava di un ingresso dei talebani a Kabul, cosa avvenuta poi al pomeriggio. Diversi testimoni oculari hanno segnalato sparatorie in diverse aree della capitale. Decine di combattenti talebani hanno preso il controllo del palazzo presidenziale e hanno dichiarato vittoria sul governo afghano.
“Il nostro paese è stato liberato e i mujaheddin hanno vinto in Afghanistan”, ha detto un miliziano ad Al-Jazeera dal palazzo. I combattenti hanno mostrato le loro armi in un tour dell’edificio, che è stato preso dopo che il presidente Ashraf Ghani è fuggito dal paese.
Al-Jazeera che sta diffondendo le immagini, ha spiegato che il palazzo presidenziale di Kabul è stato “consegnato” ai talebani, ma un funzionario della sicurezza talebana ha poi affermato che “non è stato versato sangue”. Nella capitale si è però innescato il caos. In diverse zone sono stati sentiti spari, in periferia si registrano piu’ di 40 feriti negli scontri.

E così i talebani proclamano l’Emirato Islamico di Afghanistan, usando lo stesso nome del Paese di prima dell’arrivo degli Stati Uniti.
I talebani hanno fatto il loro ingresso in città. In un primo momento l’operazione sembrava “pacifica”, ma man mano che passano l’ore il clima si fa sempre più teso.
Anche se il portavoce dei talebani, Suhail Shaheen, aveva dichiarato che “non ci sarà vendetta” nei confronti del popolo afgano. “Assicuriamo alle persone in Afghanistan”, ha detto, “in particolare nella città di Kabul, che le loro proprietà, le loro vite sono al sicuro: non ci sarà vendetta nei confronti di nessuno”.
Tutto il mondo guarda con apprensione quello che sta succedendo in Afghanistan.
Ai combattenti, è stato ordinato di evitare violenze e consentire un passaggio sicuro a chiunque decida di andarsene. Da ore però, i civili afghani stanno scappando a piedi e in auto verso l’aeroporto, causando lunghe code di traffico in uscita dalla città.
Cosa ne sarà delle donne?
I talebani hanno nominato ministro degli affari femminili a Herat un religioso della linea dura. Questo indica l’intenzione dei talebani di instaurare la legge islamica, o *sharia, nella parte dell’Afghanistan sotto il loro controllo. Un’attivista di spicco delle donne ha detto all’Associated Press che gli insorti hanno chiamato Mujeeb Rahman Ansari, che è “fortemente contro i diritti delle donne” ed è diventato famoso per le decine di cartelloni pubblicitari che ha installato in tutta la provincia di Herat che demonizzano coloro che avrebbero promosso i diritti delle donne. I suoi cartelloni dicono soprattutto che le donne devono indossare il velo islamico, o hijab.
*Sharia insieme di precetti ricavati dal Corano, il libro sacro per i musulmani, e dai racconti della vita del profeta Maometto, che agiscono come un codice di condotta a cui i musulmani devono aderire.
Abbiamo quindi capito e constatato che l’arrivo dei talebani a Kabul ha portato non solo caos, ma anche un “ritorno alle origini” che spaventa oltre i civili afghani, anche tutto il resto del mondo.
La problematica che più sta al centro di tutta questa situazione è quindi il trattamento delle donne da parte dei talebani.
Negli anni infatti le donne afghane hanno raggiunto un’emancipazione a livello di diritti notevole. I talebani potrebbero, se già non lo stanno facendo, smontare tutto il lavoro di una vita e ridurlo ai minimi termini come detta la sharia.
Il portavoce talebano Sayed Zekrullah Hashim alla domanda di un’emittente televisva afghana sul nuovo esecutivo afghano ad interim, ha così risposto:
“Una donna non può fare il ministro. È come se le mettessi al collo un peso che non può portare. Non è necessario che le donne facciano parte del governo, devono fare figli”.
“Le quattro donne che protestano nelle strade non rappresentano le donne dell’Afghanistan. Le donne del Paese sono quelle che danno figli al nostro popolo e che li educano secondo i valori dell’Islam”.
Il fatto preoccupante è che i talebani non considerano le donne vittime, ma le vogliono nella struttura del governo proprio in base alla sharia.
Questi però non erano i patti. Quando i talebani presero il controllo di Kabul dichiararono cose diverse. Dichiararono che tutto poteva rimanere come è stato fino ad ora.
La farsa è continuata poi con l’annuncio che il nuovo governo afghano sarebbe «provvisorio» mentre in quello successivo «ci sarà posto per le donne» nel rispetto della sharia. Lo ha assicurato il portavoce dei talebani, nel corso di un’intervista, aggiungendo che le donne potranno far parte del governo.
Anche perché l’attenzione del mondo è alta e se i talebani vogliono davvero stabilire relazioni diplomatiche con il resto del mondo e chiedono che vengano riaperte le ambasciate a Kabul, non possono non riconoscere i diritti fondamentali a metà della popolazione.
Ma in effetti le donne sono state costrette a rimanere a casa anche senza un obbligo vero e proprio.
Perché? Certo, avevano il diritto di uscire ma non poteva essere garantita la sicurezza assoluta visto che i talebani in genere non sono abituati a vedere donne per le strade.
Molte donne hanno quindi deciso di scendere nelle strade a protestare. A protestare contro l’ingiustizia di essere penalizzate per il loro genere, e contro ad un regime così restrittivo, insomma, per difendere i loro diritti così tanto sudati e conquistati.

• Le donne possono accedere all’istruzione superiore e possono frequentare università private, ma devono attenersi a dure restrizioni sul loro abbigliamento e e sui loro movimenti. Possono frequentare le lezioni solo se indossano un abaya, un’ampia tunica, e un niqab, un velo sul viso con una piccola finestra per vedere attraverso, e sono separate dagli uomini.
• Nei college e nelle università privati, le donne devono essere istruite solo da altre donne o da “anziani” e devono utilizzare un ingresso a loro riservato. Devono anche terminare le lezioni cinque minuti prima degli uomini per impedire che ci siano occasioni di socializzazione uscendo dalle aule.
• Le donne non posso praticare sport perché nel gioco “potrebbero dover affrontare situazioni in cui il loro viso o il loro corpo non siano coperti. L’Islam non permette che le donne siano viste così. Questa è l’era dei media, e ci saranno foto e video, e la gente li guarderà”.
• A rischio anche il diritto di lavorare. Nel precedente regime talebano, infatti, alle donne non era consentito di farlo e ora in molte temono che si possa tornare indietro. Su questi temi, lunedì scorso, si sono riunite la commissione per i diritti delle donne e la commissione per i diritti umani.
Le prime a scendere in piazza a Kabul sono state un piccolo gruppo, con qualche cartello e un percorso breve. Ma la determinazione nel difendere i propri diritti è fortissima. Il governo “provvisorio” tutto al maschile ha poi riacceso le proteste e molte donne a Kabul e nei dintorni sono tornate a manifestare, affiancate anche da uomini.
Questa volta, però, i talebani non si sono limitati a sparare in aria. Alcune donne sono state picchiate.
Insomma, una guerra che dovrebbe essere, secondo gli USA, finita, ma che è in realtà appena iniziata. A pagarne le conseguenze è la pelle di chi non ha colpa, se non quella che il destino le ha vestito addosso. Di essere un uomo, una donna, un bambino. Nel posto e nel momento, quello che si spera che sia, sbagliato.

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